Anarcho Herbane è un collettivo che si occupa di erboristeria anarchica, queer e diy, nato nel pieno del lockdown pandemico. L’obiettivo fin da subito è quello di riappropriarsi dei sapere legati alla salute e all’autocura, attraverso il ricorso alle erbe spontanee e all’ancestrale conoscenza erboristica. L’erboristeria non come fine ma come pratica anzitutto anticapitalista e antipatriarcale e che possa promuovere una reale pratica di autodeterminazione e autonomia. L’intervista che segue fatta al collettivo è stata pubblicata originariamente sul numero 77 di Nunatak nell’estate del 2025.

Ciao ragazzx, grazie per aver accettato di rispondere a queste domande.
Vorrei partire chiedendovi come nasce il vostro collettivo e successivamente come vi è venuta l’idea di pubblicare e diffondere la fanzine Punkaggine?
La nostra collettiva è nata nel pieno della pandemia, mentre ci trovavamo sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove ci eravamo “rifugiate” durante le restrizioni alla libertà di movimento (periodo zona rossa 2020).
È stato un periodo in cui abbiamo potuto rallentare, prendere tempo per noi stessx: ci piaceva fare passeggiate per riconoscere e raccogliere erbe spontanee, assaporarne i sapori e sperimentare nuove ricette.
In seguito, abbiamo iniziato a interrogarci su come trovare alternative alla biomedicina e farmaceutica. Sentivamo l’urgenza di approfondire la conoscenza dei nostri corpi e di ripensare l’autogestione della salute al di fuori delle logiche di controllo, con la volontà di sottrarre il nostro benessere alla
totale delega a uno stato (la minuscola è voluta) sempre più repressivo e votato alla sorveglianza.
Molte delle piante commestibili che raccoglievamo avevano anche proprietà medicinali e da lì è nata l’idea di scrivere Punkaggine, nome che prende ispirazione da un’”erbaccia” molto comune e infestante, la Piantaggine, e dal Punk. La diffusione della fanzine è avvenuta in maniera graduale dato che in quel periodo era molto difficile spostarsi, organizzare iniziative e, sopratutto, trovare degli spazi di scambio e condivisione.
Ciò che mi ha incuriosito molto del vostro collettivo è la scelta di identificarvi con le erbacce spontanee, quelle non addomesticate e generalmente considerate selvatiche e infestanti, e quindi problematiche per la cultura della proprietà privata agricola. Quali sono le caratteristiche comunemente affibbiate alle erbacce in cui vi riconoscete e perché ritenete le erbe infestanti un elemento così importante per voi?
Le erbacce, dal punto di vista agronomico, sono piante che interferiscono con la produzione delle colture ‘da reddito’ in quanto occupano spazio, fanno ombra, assorbono nutrienti e l’acqua disponibile nel suolo. In altre parole, disturbano l’ordine, danno fastidio, creano caos e sabotano un sistema agricolo fondato sulla produttività e sul profitto.
Da un punto di vista politico ci siamo riconosciute in loro: riteniamo abbiano un’attitudine profondamente punk e ammiriamo la loro resistenza spontanea e militanza erboristica all’interno di un sistema capitalistico come l’agricoltura intensiva. Anche in città non sono gradite: crescono come e dove gli pare, forti e indipendenti, non si dispongono in file ordinate, infestano e sovvertono l’ordine imposto a giardini e aiuole ben curate.
Oltre al loro essere forti e libere, amiamo le piante infestanti perchè ci offrono cure e sostegno, dimostrando che la salute può sfuggire alla logica del profitto.
Come vi siete avvicinate nelle vostre vite alla conoscenza erboristica e che significato ha per voi questo sapere in senso anticapitalista, ecologista e anarchico? E’ solo una pratica o l’erboristeria può dare spunti di riflessione e di azione sovversiva all’interno del movimento anarchico in senso più ampio?
Ognuna di noi all’interno della collettiva si è approcciata all’erboristeria anticapitalista in modo diverso. Per noi, è importante sottolineare non solo l’incontro delle nostre conoscenze erboristiche e botaniche, ma anche quello delle nostre prospettive politiche.
L’erboristeria non è il fine ultimo della nostra lotta, ma uno strumento per mettere in discussione le dinamiche oppressive della società capitalista.
Ci piace definirla anarcoerboristeria: intendiamo un approccio all’erboristeria di tipo orizzontale, basato sulla condivisione dei saperi in maniera non gerarchica, in cui si pratica l’autocura, rendendo le persone responsabili della propria salute e in grado di raccogliere o coltivare le proprie medicine.
Attraverso la condivisione delle nostre conoscenze mettiamo in comune le nostre informazioni e risorse per imparare, esplorare e migliorare la nostra salute insieme.
Per noi non esistono gerarchie o sistemi piramidali che detengano il potere della conoscenza: l’erboristeria deve essere aperta e accessibile a tuttx. È la nostra lotta anti-specista e anti-capitalista, dalla conoscenza delle piante comincia l’emancipazione personale, alimentare, farmaceutica e della cosmesi.
Sviluppare l’autoconoscenza e la saggezza erboristica comunitaria ci renderà molto più liberx e consapevolx.
Un esempio di come l’erboristeria può diventare un concreto strumento solidale di azione sovversiva è il progetto Solidarity Apothecary gestito da Nicole Rose, da cui ci piacerebbe prendere ispirazione.
Il progetto supporta materialmente le lotte rivoluzionarie e le comunità attraverso la distribuzione gratuita di rimedi medicinali a base di erbe e diffondendo saperi sulla loro preparazione, concentrandosi in particolare sul sostegno alle persone che subiscono la violenza dello Stato. Questo include prigionierx, ex prigionierx e le loro famiglie, rifugiatx e richiedenti asilo e altro ancora, organizzando carovane per portare i kit erboristici direttamente nei luoghi di resistenza, come le frontiere. Questo progetto non si limita a una logica assistenzialista, ma mira a rafforzare l’autonomia collettiva, l’autodifesa e la resilienza contro il cambiamento climatico, il capitalismo e la violenza dello Stato, promuovendo la partecipazione attiva attraverso workshop per l’autoproduzione dei rimedi, incoraggiando la pratica di un’autogestione della salute a livello collettivo.
Vi definite un collettivo transfemminista e antispecista. Che ruolo hanno queste due dimensioni all’interno del vostro progetto e che punti d’incontro avete trovato tra il transfemminismo, l’antispecismo, il mondo delle erbe spontanee e l’ancestrale sapere erboristico?
Il transfemminismo e l’antispecismo sono alla base del nostro progetto, poiché ci permettono di affrontare le oppressioni in modo intersezionale e di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente e gli altri esseri viventi. Il transfemminismo smantella le strutture patriarcali che limitano l’autodeterminazione dei corpi, mentre l’antispecismo mette in discussione il dominio umano sul non umano e critica l’antropocentrismo, rifiutando ogni gerarchia tra le specie.
Recuperare il sapere erboristico significa sfidare le logiche capitaliste e patriarcali, riaffermando un rapporto di cura collettiva e autogestita.
Vediamo storicamente una connessione tra lo sfruttamento delle persone che si identificano come donne e quello della natura, entrambe relegate a ruoli subalterni dal patriarcato e dal capitalismo, che le hanno ridotte a risorse da controllare, domare, mercificare.
L’ambiente e il selvatico non sono qualcosa da subordinare al dominio umano, ma spazi di autonomia e resistenza da sottrarre alla logica dello sfruttamento. Nel nostro approccio erboristico, opponiamo a questa visione un rapporto basato sul rispetto e sulla reciprocità, lontano dalla logica del
profitto e della mercificazione.
L’antispecismo per noi significa riconoscere il diritto di ogni essere vivente a esistere liberx da sfruttamento e violenza, rifiutando pratiche come la vivisezione e l’uso degli animali non umani nella ricerca farmaceutica. Ci opponiamo a un sistema che sfrutta indiscriminatamente persone, animali non umani e ambiente. Il sapere e la pratica erboristica possono quindi essere intesi come un atto di liberazione, che rifiuta la mercificazione del vivente e promuove un modello di vita basato sull’autodeterminazione, sulla connessione con il selvatico e sul rispetto di ogni forma di esistenza.
Questi principi guidano una visione della salute e della cura che rompe con il dominio patriarcale, capitalistico e antropocentrico, radicandosi nella libertà e nella resistenza.
Anche per questioni lavorative oltre che di ideali, ritengo fondamentale la dimensione del selvatico e del rapporto costante e profondo con esso, distruggendo la dicotomia tipicamente occidentale e moderna tra natura e cultura che pone l’essere umano al di fuori dell’ambiente selvatico. Quali sono le vostre idee o riflessioni su questo tema?
Per noi il selvatico non è qualcosa di separato, ma è una parte intrinseca della nostra esistenza. La dicotomia tra natura e cultura, che viene dalla modernità occidentale, è una costruzione artificiale
che ci allontana dal nostro legame con l’ambiente selvatico. Noi crediamo che l’umano sia una parte di esso, non qualcosa di esterno o superiore. Lavorare con le erbe spontanee e vivere in sintonia con il selvatico significa rifiutare questa separazione e riconoscere che siamo profondamente legatx all’ambiente che ci circonda.
La nostra lotta è anche una lotta per ripristinare un rapporto di reciproco rispetto e comprensione con la “natura”, senza vederla come un territorio da sfruttare o dominare, ma come un essere vivente con
cui coesistere. Il nostro approccio mira a conoscere, rispettare e comprendere il selvatico, a farlo diventare un nostro alleato e non a cercare di domarlo o distruggerlo.
Avete scritto un articolo sul tema della raccolta consapevole delle erbe spontanee per uso medicinale o
alimentare. Come potremmo riappropriarci di una pratica come la raccolta delle erbe in senso ecologista e di non sfruttamento del terreno e dell’ambiente? In che modalità la raccolta può essere consapevole e anticapitalista?
Non si tratta di raccogliere indiscriminatamente, ma solo quello che ci serve; imparare a riconoscere quando e come le piante sono pronte, quando è il loro tempo balsamico, in modo da non danneggiarle né sopraffare l’ecosistema in cui vivono. Ogni raccolto deve rispettare la biodiversità e la salute del terreno, evitando di danneggiare l’habitat delle piante e degli altri esseri viventi che ne dipendono. Raccogliamo solo le parti e le quantità di cui abbiamo bisogno, meglio informarsi se ciò che si raccoglie è una pianta rara, in via d’estinzione o poco comune. E’ sempre bene inoltre cercare di lasciare le radici o spargere i semi per permettere alle piante di continuare a propagarsi.
La raccolta consapevole è anche un atto di resistenza contro chi sfrutta la terra e le risorse naturali senza rispetto per l’equilibrio ecologico. La raccolta diventa un gesto politico, una forma di resistenza alla logica di sfruttamento delle risorse naturali e di disconnessione dalle pratiche tradizionali e comunitarie di cura.
Il sapere erboristico, riappropriato in senso anticapitalista come state facendo voi negli anni, potrebbe apparire, ad una lettura o sguardo superficiali, come qualcosa di antiscientifico o comunque radicalmente critico nei confronti del sistema farmaceutico e della scienza medica ufficiale. Sono critiche che avete ricevuto e se si, come le affrontate? Qual è la vostra posizione su questo tema? Quali sono le critiche che avanzate alla medicina ufficiale e alla farmaceutica?
Il nostro approccio non è contro la scienza, ma contro un certo tipo di scienza, quella che è stata colonizzata dalle logiche capitaliste, che privilegiano il profitto e il controllo piuttosto che la cura e il benessere autentico. Siamo critichx nei confronti della medicina ufficiale e dell’industria farmaceutica perché queste spesso riducono la salute a un prodotto da vendere, ignorando le cause sociali e ambientali delle malattie.
Molte pratiche e terapie che la medicina ufficiale considera “scientifiche” sono condizionate dagli interessi economici delle grandi multinazionali, che manipolano la ricerca per i propri fini. In contrasto, il nostro approccio si concentra sulla cura e sull’autogestione, valorizzando l’ascolto del corpo e l’uso delle piante come alleate nella prevenzione e nel trattamento dei malesseri quotidiani. Non siamo contrarx alla scienza in sé, ma a quella che ha perso il contatto con le persone e con l’ambiente. Le nostre critiche vanno quindi alla medicalizzazione della vita e alla mercificazione della salute.
Non dobbiamo dimenticarci che la biomedicina si è costruita sull’appropriazione violenta di saperi e corpi. Ha saccheggiato le conoscenze erboristiche e curative di donne, comunità indigene ed emarginalizzate,
spogliandole del loro valore per ricodificarle in un sistema gerarchico e patriarcale. Ha sfruttato i corpi di persone razzializzate e di chi era consideratx inferiore per esperimenti medici, spesso senza consenso,
trasformando la sofferenza in progresso scientifico per pochi privilegiati. Colonialismo, espropriazione dei saperi tradizionali e sfruttamento sono il fondamento della biomedicina, non un’anomalia del passato. Riconoscerlo significa smascherare il mito della scienza neutrale e aprire spazi per una cura che sia orizzontale, autodeterminata e sottratta alle logiche del dominio.

Avete recentemente preso parte alla traduzione dell’Erbario Anticarcerario di Nicole Rose. Volete parlarci un po’ di questo testo, dell’autrice e di quali connessioni ci sono tra il sapere erboristico e la lotta anticarceraria? Ancora una volta vi chiedo: che similitudini vedete tra le erbacce selvatiche e la lotta contro ogni forma di carcerazione e gabbia?
Questo libro è per noi un testo molto importante, che ha avuto un grande impatto sulla formazione politica della nostra collettiva. Ci ha ispiratx così tanto da spingerci a voler conoscere l’autrice e a tradurlo in italiano insieme ad altrx compagnx.
Intorno a questo testo si sono intrecciate infatti molteplici complicità: la traduzione di The Prisoner’s Herbal è il frutto di un processo collettivo di persone compagne provenienti da varie regioni e collettive italiane, che hanno unito le forze in un sostegno reciproco per tradurre, revisionare, progettare, diffondere e stampare questo testo, unite dalla passione per l’erboristeria, per l’autocura e per la lotta anticarceraria. Il ricavato delle vendite va per casse antirepressione e benefit per supportare persone prigioniere e inguaiate con la legge.
Nicole Rose è un’attivista anarchica antispecista e erborista inglese, che ha scontato 3 anni e mezzo di carcere durante un periodo di forte repressione contro i movimenti antispecisti impegnati nella campagna SHAC, una campagna internazionale contro il più grande laboratorio di vivisezione d’Europa che
pratica esperimenti su migliaia di animali non umani, commissionati dalle industrie farmaceutiche.
Durante la sua prigionia, fu colpita dalla potenza delle erbacce che crescevano tra il cemento del carcere: fu proprio l’affetto per queste piante che le permise di affrontare quel periodo di reclusione. Studiare le erbacce e conoscerne i poteri curativi le diede l’opportunità di autogestirsi e di sopravvivere all’interno di un sistema carcerario che negava qualsiasi tipo di cura e assistenza sanitaria.
In un contesto di totale privazione della libertà, segnato dalla violenza sistemica del sistema carcerario e dalla difficoltà di accedere persino alle cure di base, le erbe rappresentavano un’alternativa: un modo per
riappropriarsi delle pratiche di cura e rivendicare l’autodeterminazione sulla propria salute.
Una volta uscita dal carcere, Nicole ha continuato a studiare erboristeria e ha deciso di scrivere questo libro sulla sua esperienza, in modo che potesse diventare una risorsa accessibile ad altre persone prigioniere: The Prisoner’s Herbal, l’Erbario Anticarcerario.
Nel libro ci racconta come possiamo praticare l’autogestione della salute e trovare quello che lei chiama un “alleato vegetale” che ci aiuti ad autodeterminarci e darci la forza di andare avanti. Ci parla delle piante più comuni che crescevano nei cortili e tra il cemento della prigione e dei rimedi che possiamo ricavare da esse.
Il legame tra il sapere erboristico e la lotta anticarceraria è evidente: entrambe rappresentano un atto di resistenza contro il controllo, la coercizione e l’oppressione sistemica. Le erbacce, come le persone
incarcerate, sono forze che resistono e che vivono nei luoghi più inospitali. La nostra connessione con il selvatico e le erbe, proprio come la lotta contro ogni forma di carcerazione, è un cammino di liberazione, di
riappropriazione della nostra autonomia e della nostra salute, lontano dalla logica di sfruttamento e controllo che caratterizza il sistema capitalistico e carcerario.
Concludiamo con una citazione di Nicole:
“Vedevo un’enorme quantità di violenza nei confronti delle persone in carcere, episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio, ero circondata dall’orrore e le piante sono state per me un antidoto. Erano vive e vibranti e in qualche modo resistevano all’oppressione della prigione perché si ostinavano a crescere.
Anche se il personale della prigione cercava di diserbarle, tornavano sempre. Ed è stata quella connessione con qualcosa che va oltre il cemento a tenermi in vita, a tenermi in contatto con la terra e a tenermi in contatto con la vita fuori dalla prigione.
Per me è stato come sentirmi connessa a qualcosa che era vivo e forte e che alla fine era molto più potente del sistema carcerario, del capitalismo, di qualsiasi tipo di società progettata dall’uomo, costruita sull’oppressione. Abbiamo molto da imparare da loro.”
Sul quinto numero della vostra zine è presente un articolo dal titolo “Erbe per la salute mentale contro i mali del capitalismo”. Quali sono questi mali del capitalismo a cui fate riferimento ed è davvero possibile affrontarli e tentare di alleviarli/curarli attraverso alcune erbe medicinali? Se si quali e come?
Nel nostro articolo, parliamo dei “mali del capitalismo” come delle molteplici forme di alienazione, stress, ansia e depressione che derivano dal vivere in una società che riduce l’individuo a un ingranaggio della macchina produttiva, dove il valore di una persona è misurato solo in termini di utilità economica. Il capitalismo ci impone un ritmo di vita frenetico, una continua competizione, e una costante insoddisfazione. Questi fattori sono strettamente legati alla salute mentale delle persone, contribuendo a
disturbi come ansia, depressione e burnout. In questo senso, il capitalismo è un sistema che non solo sfrutta il nostro corpo, ma anche la nostra mente.
Le erbe medicinali possono giocare un ruolo importante nel contrastare alcuni di questi sintomi; non si tratta di una cura miracolosa, ma di uno strumento che può contribuire al benessere psicofisico, se usato in un contesto di autogestione e consapevolezza. Alcune erbe che possiamo usare includono:
- Camomilla (Matricaria chamomilla): conosciuta per le sue proprietà calmanti e rilassanti, è un alleato per chi soffre di ansia e stress. Aiuta a favorire il sonno e a ridurre la tensione mentale.
- Passiflora (Passiflora incarnata): è un potente ansiolitico naturale, che agisce sul sistema nervoso calmando l’ansia e migliorando la qualità del sonno.
- Lavanda (Lavandula angustifolia): nota per il suo effetto calmante, può essere utilizzata per contrastare ansia, insonnia e stress. Il suo profumo ha un effetto rilassante anche in ambienti stressanti.
- Valeriana (Valeriana officinalis): spesso usata per il trattamento dell’insonnia, la valeriana ha un effetto sedativo che può aiutare a ridurre l’ansia e migliorare il sonno.
- Melissa (Melissa officinalis): conosciuta per le sue proprietà sedative e per il suo effetto positivo sul sistema nervoso, la melissa può essere utile per affrontare ansia e stress.
Queste erbe non sono un’alternativa ai trattamenti medici in caso di malattie gravi, ma offrono un sostegno per chi cerca un approccio più naturale e olistico al proprio benessere mentale. In un contesto di resistenza al capitalismo, l’uso di queste erbe è anche un atto di autogestione e di rifiuto di un sistema che ci impone soluzioni farmacologiche industriali. L’autocura, il rallentare, l’ascolto e il rispetto del nostro corpo e della nostra mente sono parte di una visione di liberazione totale.
In conclusione, possiamo dire che, sebbene le erbe non possano “curare” i mali profondi del capitalismo, possono sicuramente aiutarci a prenderci cura di noi stessx, a resistere e a promuovere il nostro benessere.
Vorrei concludere questa intervista chiedendovi quali obiettivi avete per il futuro come collettivo Anarcho Herbane e lasciarvi questo spazio per aggiungere altre vostre riflessioni che pensate possano essere interessanti e utili per tuttx.
Lunga vita alle erbacce, al selvatico e all’anarchia