testo di Giuseppe Moretti tratto dall’opuscolo intitolato Noi Terrestri, la visione lunga del bioregionalismo. Per sapere di più sul bioregionalismo e sull’autore, clicca qui.
Abito nella valle del Po – Pianura Padana o Padania – e lavoro la terra nella piccola azienda agricola che fu dei miei genitori. Gli ecologisti definiscono la Pianura Padana un “deserto ecologico”. Laddove un tempo esistevano immense foreste di querce, olmi e tigli e i fiumi liberi di meandreggiare formavano ampie zone palustri, ora troviamo geometrici campi coltivati a cereali, frutteti, vite e foraggio. Scomparsi da tempo cervi, lupi e orsi, al loro posto vi sono le specie meno esigenti. Ovunque strade, case, ciminiere, fabbriche, antenne… e città sempre più affollate mentre la qualità della vita, dell’aria, dell’acque e dei suoli diminuisce drammaticamente. Indubbiamente, a parte il bisogno di darsi una vita dignitosa, l’essere umano in questa bioregione non ha saputo porsi dei limiti, non ha saputo riconoscere il valore di un ambiente sano e diversificato. Possiamo dire che la Pianura Padana oggi è il risultato di una scelta – già in atto da tempi remoti – di addomesticamento di tutta la natura selvatica, incluso l’uomo e i suoi legami con essa. Viene voglia di andarse.
Ma cosa succede se uno decide di restare e far proprio l’urlo del selvatico che scompare? Ritrova sè stesso perchè il selvatico è parte di sè. E’ l’essenza di ciò che veramente siamo al di là dei codici e dei modelli che ci siamo posti e imposti. Ritrovare il proprio sè (selvatico) non può essere disgiunto dall’apprezzamento dell’altro sè (selvatico), ciò significa comprenderne le necessità e i bisogni delle altre forme di vita, di sentirsi parte di un cammino comune dove animali, pianti e mente umana si intrecciano in un sinuoso muto scambio reciproco. Il primo passo, quindi, è andare incontro al selvatico… e non importa quanto antropizzato il luogo sia: un piccolo bosco, il roveto impenetrabile, i meandri del fiume, lo stagno, una siepe o il semplice incolto, sono i bordi e i contorni dove persiste il suo impero. Erbe rampicanti, girini, le bacche del biancospino, l’ululato dell’allocco, il guizzo della donnola, l’ombra invitante della vecchia quercia sono parte e espressione dello spirito del posto e il contadino, come anche il boscaiolo, l’apicoltore, il pescatore e chiunque abbia un contatto diretto con la natura ha una responsabilità primaria nei confronti di essa perchè, al di là delle convenzioni della società, egli ha a che fare con un luogo di relazioni di un ordine più ampio della somma dei propri interessi, necessità e urgenze. Incontrare il selvatico dentro e fuori di sè significa coltivare la pazienza, significa imparare dove guardare e quanto aspettare… finchè un giorno lo vedi veramente.
Fu così che decisi di restare. E non solamente per coltivare – va da sè – secondo i dettami dell’agricoltura biologica, ma principalmente per recuperare una sensibilità, una responsabilità e un’attenzione versi i ritmi, i modi e limiti della natura selvatica. La mia idea era di vivere questa consapevolezza – concretamente – nella vita di tutti i giorni, attraverso un vivere il più possibile semplice, il più possibile autosufficiente, ed eleggendo ogni uccello, pianta o animale a guida per riportare la fattoria a una sorta di equilibrio poroso tra selvatico e coltivato.
A quel tempo, primi anni Settanta, il paesaggio agricolo, di cui la piccola fattoria dei miei genitori faceva parte, era ancora (per poco) essenzialmente quello dei nostri nonni – ampi campi a foraggio per le vacche da latte, cereali per il pane e la polenta e vite maritata per il vino, il tutto frammisto da siepi lungo i fossati e specialmente lungo i confini delle proprietà. Mio padre – una vita spesa per la famiglia, due anni passati nei campi di prigionia durante la Seconda guerra mondiale, e tanto lavoro nei campi – al pari dei suoi coetanei era incredibilmente efficiente nell’utilizzare le risorse della terra. Gli alberi, ad esempio, dovevano essere di specie utili per l’economia famigliare e per l’azienda stessa e cioè, ricacciare bene dopo il taglio, produrre molta legna da ardere nel più breve tempo possibile, e pali adatti al sostegno della vite. Così le siepi lungo i fossi o le bordure spesso non erano altro che filari ben ordinati di ceppaie – quasi sempre di una sola specie – pioppo, platano, salice o gelso. Qua e là qualche esemplare più grande per farne cassette da uva, graticci per vitellini e travi per edificare. I più lungimiranti lasciavano crescere qualche bell’esemplare di quercia farnia o di noce, come “salvadanaio” per i figli. Ma la loro efficienza andava oltre, pure l’erba spontanea che cresceva tra una ceppaia e l’altra e lungo le ripe dei fossi veniva periodicamente sfalciata e di arbusti quasi non se ne vedevano a parte qualche macchia di sanguinello per farne scope o indaco bastardo per cesti. Sì, l’efficienza e la cura con cui i nostri vecchie gestivano i loro campi sarebbe oggi oggetto di ammirazione. Ma se provassimo per un attimo a vedere con gli occhi del picchio, del beccaccino o della faina tutto questo ci apparirebbe terribilmente inospitale. Nella mia mente era chiaro che, se non c’è habitat – cibo, acqua e rifugio contemporaneamente e a sufficienza – ben poche probabilità di prosperare ha il selvatico.
Cominciai dalle piante – il primo anello nel ciclo della vita. Ricordo ancora bene le infinite discussioni con mio padre allorquando scoprivo giovani piantine di quercia, olmo o arbusti come la fragola o il biancospino nelle siepi e lungo i fossati. “Mi raccomando, queste non tagliarle!” Dicevo a mio padre. “Ma perchè”, ribatteva lui, “la quercia è un albero che cresce troppo lentamente, e poi fa ombra, non ci cresce niente sotto… e questi (biancospino) sono solo delle spine”. Sano pragmatismo , verrebbe da dire, dettato da una vita di scarsità e stenti… ma che pure riflette bene assunti culturali ormai radicati, secondo i quali tutto va sacrificato e sfruttato per il bene della famiglia e della società. Ma per me, che “coltivavo” una sorta di interezza dell’esistenza, non concepivo un rapporto con la terra che non tenesse conto della ricchezza e diversità della natura e quindi, ripeto, chi lavora la terra ha una responsabilità primaria affinchè le proprie azioni non colludano negativamente con il più ampio ecosistema, ma si adoperi per un rapporto equilibrato con esso.
Il quesito era: come si può rivitalizzare , in senso ecologico, una piccola fattoria agricola salvaguardandone la capacità di sostentamento famigliare? “Fare con meno e migliorare la qualità degli spazi selvaggi”. Le siepi, come si è detto, erano terribilmente povere ecologicamente, quasi una monocultura. Così iniziai a fare ricerche sui libri su com’era il paesaggio antico di questa parte della bioregione, a piedi mi incamminavo per investigare ogni siepe, boschetto, macchia o zona umida nei dintorni e chiedevo agli anziani del paese quali erano le piante e gli arbusti di una volta, quali le consociazioni più frequenti, le specie più comuni e le varietà autoctone e com’erano i boschi lungo il vicino fiume, il Po. Mi ricordo di un vecchio cacciatore che sembrava rivivere quando gli facevo le domande. “C’erano querce grosse come una casa” mi disse “e i pioppi bianchi crescevano fitti assieme agli olmi, e poi aceri e frassini e macchie di prugnolo, sambuco e frangola. Attorno alle lanche gli ontani si mischiavano ai salici nei punti più elevati. C’erano quaglie, lepri e fagiani “nostrani” in abbondanza e poi poiane, ghiandaie e beccacce e non era raro vedere la puzzola e la faina”.
Con gradualità si smise di sfalciare nelle siepi e lungo le ripe, le giovani piantine di quercia, olmo campestre e acero campestre lasciate libere di crescere, e nuove piante autoctone di pioppo bianco, frassino, ontano, nocciolo e soprattutto arbusti, sanguinello, frangola, spincervino, biancospino vennero aggiunte per creare “effetto bosco” e aumentare così la biodiversità. Si smise di pompare acqua dallo stagno per irrigare i campi, sebbene fosse la migliore, ma di fatto il forte abbassamento del livello dell’acqua provocato da questa attività, pregiudicava la vita dei pesci e aumentava l’effetto interramento. Tutto attorno venne infittita e ampliata la fascia boscata, le vecchie ceppaie morte non vennero sostituite ma lasciate come fonte di cibo e casa per una moltitudine di insetti e per il picchio che del rodilegno è ghiotto. La piantumazione di nuove siepi ai bordi dei campi ha di fatto aumentato la presenza di uccelli nidificanti: usignoli, merli, storni, balie e averle; le api, pazze in primavere per le precoci fioriture del mirabolano e del ciliegio selvatico; il riccio e la lepre che sostano sotto le fronde ombrose durante la calura estiva. E non è vero che arrechino danni alle colture anzi, secondo la mia esperienza, l’aumentata disponibilità di habitat naturale previene le incursioni in quello coltivato, e poi noto un maggiore equilibrio e le colture crescono più sane.
Molto è cambiato in questi ultimi trent’anni, le aziende con vacche da latte hanno in buona parte lasciato il posto a monocolture di mais, barbabietole e soia, spesso gestite dai proprietari che ora abitano in paese. Il crescente benessere ha portato il riscaldamento fossile nelle case, i pali di sostengo della vite sono ora in cemento e così , siepi e grandi alberi, sono stati abbattuti per “qualche centimetro di terra in più”. In compenso lo spopolamento della campagna e l’incuria in cui vengono lasciate le poche siepi rimaste è fonte di un sorprendente ritorno del selvatico, la volpe è tornata a scavare la propria tana nella macchia, la poiana e l’albanella volano alto sopra i campi alla ricerca di prede e qualche bell’esemplare di quercia farnia e olmo campestre svettano all’orizzonte. Ma non ci si illuda in un rinsavimento, il motore della ruspa, dell’escavatore e del decespugliatore è sempre più che mai efficiente. A frenarli una legge della comunità europea che elargisce contributi al mantenimento delle siepi, ma appena l’esigenza, per certi versi legittima, di pulitura dei fossi consortili per lo scolo delle acque superficiali prevale o, come sta succedendo proprio in questi giorni, una magnifica siepe completamente annientata solo per la voracità del nuovo proprietario, tutto scompare nel giro di poche ore e senza il ben che minimo riguardo o attenzione verso ciò che essa rappresentava.
Per quanto riguarda il mio posto, gli alberi sono liberi di svettare e gli arbusti di creare habitat, e questo non è passato inosservato: nuovi suoni, odori e colori li popolano. L’effetto più appariscente e appagante è stata la drastica riduzione della distanza minima di fuga degli uccelli. Prima, il canto del rigogolo, il tambureggiare del picchio e il richiamo del gheppio erano rari e sempre molto in lontananza, ora sono a due passi da casa. Lo stagno, una vera e propria oasi verde, ospita la verde raganella, la biscia dal collare, aironi cenerini, germani reali, gallinelle d’acqua, pendolini, gazze e poiane e d’inverno le tracce della volpe ne tappezzano la superficie gelata. Ma la mia presenza in tutto questo non è da spettatore. Non ho mai pensato di museificare il selvatico, di considerarlo un qualcosa di altro da me stesso. Vivere il selvatico non è solo un’esigenza dello spirito ma soprattutto una pratico necessaria per incontrare realmente lo spirito del posto. Ogni volta che scelgo un albero da tagliare e spacco il suo legno per riscaldare la mia casa esprimo gratitudine ed entro nel ciclo diretto dell’esistenza, ogni volta che trovo funghi profumati li considero un dono, ogni volta che raccolgo bacche ed erbe commestibili riconosco la loro energia, ogni volta che le mie mani si posano su carne animale è per rinnovare il ciclo della vita.
“Bene”, grida la ghiandaia sulla vecchia quercia, “adesso si comincia!”