Da marzo 2026, insieme ad alcune persone fidate e affini nel desiderare di mettere in pratica un’esistenza radicalmente altra rispetto a quella della civilizzazione capitalista, tecno-industriale ed ecocida, abbiamo occupato un orto abbandonato e abbiamo aperto un progetto di Orto Comunitario seguendo i principi dell’Agricoltura Naturale teorizzati da Fukuoka. In questo piccolo pezzo di terra che stiamo provando a rigenerare ed inselvatichire, oltre che ad autogestire come luogo anche sociale e comunitario, stiamo praticando una vera e propria forma di resistenza verso una cultura della Terra basata sullo sfruttamento, sulla produttività, sul saccheggio delle risorse e sulla distruzione di tutto ciò che non è utile ai bisogni umani. Per questi motivi ho deciso di tradurre il testo di Renzo Connors, che si definisce un giardiniere anarchico, pubblicato sul terzo numero di Oak; A Journal Against Civilization. Per la liberazione della Terra e dell’umano dai tentacoli della civilizzazione capitalista!

«Ancora oggi ci dedichiamo alla creazione di orti. Perché? Per non soffrire la fame. Perché con riso, fagioli, fave, mais e arachidi si può sopravvivere». — Renato, della comunità Canela
«Lo sviluppo di ciò che conosciamo come agricoltura non è stato un fenomeno improvviso, ma piuttosto un progetto durato diverse migliaia di anni. In alcune parti del mondo, le prime fasi della coltivazione non sono mai state superate e rimangono sostenibili ancora oggi. In molti altri luoghi, le pressioni dell’economia globale hanno corrotto queste pratiche proprio nell’ultimo secolo. Ma nella maggior parte del mondo odierno assistiamo a una vera e propria colonizzazione delle tradizioni alimentari autoctone e a una dipendenza quasi totale dalle pratiche industriali occidentali. ricondurre questa «biodevastazione» direttamente alla coltivazione in sé significa ignorare la storia delle conquiste e delle espropriazioni che hanno spinto i sistemi alimentari delle culture di sussistenza sull’orlo del baratro, dove ora vacillano a un passo dall’estinzione.” — Witch Hazel, Contro l’agricoltura e in difesa della coltivazione
Tra le fitte foreste e la savana dello stato brasiliano del Maranhão vive il popolo indigeno dei Canela. In passato vivevano di caccia, raccolta e orticoltura, ma da circa 200 anni sono stati costretti ad abbandonare il loro territorio tradizionale man mano che i coloni agricoltori occupavano la loro terra poco a poco. Le foreste rigogliose vengono sostituite da piantagioni industriali di eucalipto e soia e da allevamenti di bestiame. Oggi occupano un’area che corrisponde al 5-10% del loro territorio originario. Tradizionalmente i Canela si spostavano di luogo in luogo al cambiare delle stagioni, ma ora hanno adottato uno stile di vita più sedentario, vivendo in villaggi permanenti più grandi. Sebbene i Canela continuino a dipendere dalla caccia e dalla raccolta, non dispongono di una superficie di terra sufficientemente ampia per coprire tutti i loro bisogni, pertanto fanno sempre più affidamento sull’orticoltura per soddisfare le proprie necessità.
Per i Canela l’orticoltura non serve solo a soddisfare i bisogni di sussistenza, ma è anche un mezzo di resistenza contro l’assimilazione nelle strutture, nelle reti, nella dipendenza e nella disuguaglianza istituzionale dello Stato brasiliano, delle istituzioni religiose e delle multinazionali che cercano costantemente di violare e occupare la loro terra.
Altre minacce allo stile di vita dei Canela derivano dagli effetti ambientali dell’agricoltura industrializzata, in particolare dalla produzione di soia ed eucalipto, che provoca l’esaurimento delle risorse idriche, aggravando la siccità e l’erosione del suolo. L’uso eccessivo di fertilizzanti e prodotti agrochimici annienta la biodiversità vegetale e inquina i fiumi e i corsi d’acqua locali con alti livelli di azoto e fosforo, che a loro volta causano fioriture algali in grado di produrre tossine dannose per gli animali e di creare zone morte a causa della riduzione dell’ossigeno nell’acqua, che fa morire di fame pesci e piante. Pertanto, qualsiasi flora o fauna che viva in prossimità di una piantagione di eucalipto o di soia è a rischio.
L’approccio orticolturale di sussistenza dei Canela è totalmente diverso dall’agricoltura monocolturale. Lavorano con la natura utilizzando un metodo ecologico consapevole e più ricco di biodiversità. Tipicamente, in agricoltura viene coltivata solo una piccola varietà di colture da reddito in grandi campi che coprono acri su acri di terra, mentre in Amazzonia vengono distrutte vaste sezioni di foresta. I coltivatori Canela, invece di dipendere da una ristretta varietà di colture da reddito, coltivano oltre 300 varietà di piante per soddisfare i propri bisogni di sussistenza. Anziché ricorrere a macchinari distruttivi e devastanti come bulldozer, aratri e mietitrebbiatrici, utilizzano il metodo del taglio e bruciatura per liberare piccoli appezzamenti sufficienti al loro fabbisogno, e i loro attrezzi consistono in un bastone da scavo e cesti intrecciati. Utilizzano lo stesso orto solo per due anni e poi lasciano riposare quella stessa area per almeno otto anni, per consentire alla foresta di ricrescere e ripristinare la fertilità del suolo.
La vasta conoscenza delle piante da parte dei Canela li aiuta a determinare quali siano le combinazioni ideali che favoriscano la crescita reciproca, quali siano i repellenti naturali contro gli insetti parassiti che attaccano le piante e quali piante coltivare per attirare insetti utili come gli impollinatori. Allo stesso modo, la loro vasta conoscenza del suolo li aiuta a piantare in modo consapevole, adattandosi ai 10 diversi gruppi di suoli presenti nella loro zona, il che contribuisce a prevenire l’erosione del suolo, l’impoverimento dei nutrienti e a contrastare altri effetti dannosi tipici dell’agricoltura. Il loro obiettivo è prendersi cura del benessere della biodiversità locale e degli abitanti non umani.
I Canela non si considerano agricoltori, ma genitori che si prendono cura dei propri parenti vegetali, vedendo i semi e le talee che conservano come i propri bambini e le colture in crescita come i propri neonati, amandoli sinceramente proprio come se fossero i propri figli umani e prendendosi cura delle piante così come le piante si prendono cura di loro. Considerano l’ambiente come costituito da “sé” umani e non umani, e il giardinaggio come la cura di se stessi e delle proprie famiglie, sia vegetali che umane.
II
«Stiamo andando incontro al nostro massacro. Questo fenomeno è stato teorizzato in mille modi, descritto in termini ambientali, sociali e politici, è stato profetizzato, astratto e narrato in tempo reale, eppure non sappiamo ancora bene come affrontarlo. Il punto fondamentale è che il progresso della società non ha nulla da offrirci e tutto da portarci via. Spesso sembra che ce ne stiamo arrendendo senza opporre resistenza: quando vendiamo il nostro tempo in cambio di denaro, permettiamo che le nostre passioni vengano mercificate, ci dedichiamo al miglioramento della società o ci manteniamo grazie al bottino della distruzione ecologica, partecipiamo apertamente (anche se non consensualmente) alla nostra stessa distruzione.” — Serafinski, Blessed is the Flame, An introduction to concentration camp resistance and anarcho-nihilism
Nella sua fase finale, la civiltà basata sull’accumulo, lo sfruttamento e il consumismo a tutti i costi sta diffondendo guerra ed ecocidio in ogni angolo del globo.
Ha trasformato gli individui in greggi consumistiche di schiavi salariati, rendendoci tutti, in misura maggiore o minore, dipendenti dalle false promesse che per la maggior parte di noi non saranno mai mantenute.
Quante persone vogliono davvero lavorare? Io so di non volerlo. Quante trovano davvero piacere nel dover ripetere lo stesso lavoro giorno dopo giorno, senza sosta? O devono rinunciare a realizzare i propri sogni, oppure vendersi nella speranza di raggiungerli?
Questa è la cultura che crea le condizioni in cui i rifugiati, in fuga dal massacro della guerra, sono costretti ad attraversare a piedi un continente per trovare sicurezza e una vita migliore per sé stessi e per la propria famiglia, mentre nel frattempo degli sciocchi invidiosi preferirebbero vederli affogare nel Mar Mediterraneo insieme ai propri figli su gommoni così sovraffollati di persone disperate da affondare.
Partecipando a progetti di solidarietà, ho visto madri in Francia costrette a vivere in campi fangosi infestati dai ratti, con tende fragili come unico riparo dalle intemperie. Piccoli gruppi si stringono attorno ai fuochi nel tentativo di riscaldarsi un po’. Il pianto dei neonati risuona in tutto il campo. Ho visto i sentieri fangosi simili a paludi che si snodano attraverso il campo profughi, pieni di impronte di ratti e urina che compaiono ogni mattina dopo che l’oscurità della notte è svanita. Le stesse identiche condizioni di 100 anni fa, mentre infuriava la prima guerra mondiale: proprio in quello stesso luogo, individui delle classi più basse si combattevano a vicenda, riducendosi a brandelli, tutto affinché le classi più abbienti potessero accrescere le proprie ricchezze!
Questa è la stessa cultura che crea le condizioni per una crisi dei senzatetto e rende socialmente accettabile che delle persone vengano lasciate morire di freddo per strada, sui gradini dei negozi nel centro di Dublino. Ho visto le tendopoli, le code alle mense per i poveri, i disperati.
La società ritiene tutto questo moralmente accettabile. La contraddizione della civiltà non potrebbe essere più evidente: da un lato c’è una ricchezza e un benessere inimmaginabili, dall’altro c’è una povertà e uno sfruttamento che vanno oltre ogni comprensione. Questa è la terra della disperazione, della crudeltà e dell’avidità.
III
«L’agricoltura stessa deve essere superata, in quanto forma di addomesticamento e perché sottrae al suolo più materia organica di quanta ne restituisca. La permacultura è una tecnica che sembra puntare a un’agricoltura in grado di svilupparsi o riprodursi autonomamente, tendendo così verso la natura e allontanandosi dall’addomesticamento. È un esempio di promettenti vie intermedie per sopravvivere mentre ci si allontana dalla civiltà. La coltivazione all’interno delle città è un altro aspetto della transizione pratica, e un ulteriore passo verso il superamento dell’addomesticamento sarebbe una propagazione più o meno casuale delle piante, alla maniera di Johnny Appleseed.» — John Zerzan, On the Transition: Postscript to Future Primitive
Come si può quindi superare tutto questo? Come si possono spezzare le catene imposte dalla schiavitù tecnologica? Non esistono modelli, programmi o manuali già pronti che offrano l’unico modo corretto o le risposte giuste. Se la civiltà dovrà essere superata, sarà grazie a individui con idee, esperimenti e azioni di ogni tipo.
Per quanto mi riguarda, vedo il mio percorso nel tentativo di raggiungere una maggiore autonomia individuale e l’autosufficienza, allontanandomi dalla dipendenza dalla società tecno-industriale attraverso il giardinaggio di sussistenza basato sulla permacultura, in grado di provvedere a me, alla mia famiglia e alle altre creature viventi che popolano l’area in cui mi trovo.
Ho scoperto la permacultura leggendo la rivista «Backwoods». Prima di allora mi concentravo sul metodo orticolturale del «giardinaggio produttivo». Suppongo che la differenza tra i due sia che la permacultura e il giardinaggio boschivo sono progettati ecologicamente per restituire qualcosa al suolo e apportare benefici ad altri organismi viventi, agli animali e all’ecosistema locale in generale, oltre che per aiutare se stessi.
Si tratta di una pratica di orticoltura ecologicamente sostenibile che consiste nel coltivare per il proprio fabbisogno, contribuendo al contempo alla tutela dell’ambiente circostante. Ogni singolo organismo che prende parte al processo – che si tratti di insetti, microbi, esseri umani o animali non umani – trae beneficio dalla collaborazione reciproca; lo stesso vale per la materia organica e i minerali necessari a creare e mantenere un terreno sano, che a sua volta, nel suo insieme, dà origine a successioni vegetali rigogliose, paesaggi ricchi, biodiversità ed ecosistemi sani.
Ciascuno progetta il proprio orto in modo da adattarlo alle esigenze dell’ambiente locale o del proprio giardino. Ciò comporta l’analisi dei tipi di terreno e lo studio dell’esposizione solare dell’area, individuando dove e quando le diverse zone potrebbero essere in ombra. Partendo da queste informazioni, si individueranno le piante più adatte alle condizioni ambientali.
Piante perenni come alberi da frutto e arbusti, combinate con un mix di annuali autoctone e annuali che si auto-semina, come l’aglio selvatico commestibile, fiori come i nasturzi, miglioratori del suolo come il trifoglio ed erbe medicinali, forniscono tutte una copertura del terreno e aiutano a proteggere il suolo dalle intemperie, dall’erosione, favoriscono la ritenzione idrica e forniscono fertilizzante e pacciamatura, il che contribuisce alla fertilità del suolo, dando vita agli organismi che vivono nel suolo e lo creano. Tutto ciò, nel suo insieme, aiuta la fauna selvatica locale, gli impollinatori e altri insetti fondamentali per un orto sano e per un pianeta sano.
Mi dedico all’orticoltura da quattro anni e dall’anno scorso ho iniziato a concentrarmi sul metodo della permacultura. Non servono molti soldi per iniziare a coltivare. Quando avevo un cortile minuscolo, utilizzavo vecchi vasi, secchi e persino sacchetti. I semi e le piantine si possono acquistare a poco prezzo nei posti giusti oppure si possono rubare abbastanza facilmente. Lo scorso marzo ho costruito delle aiuole rialzate utilizzando assi da ponteggio che ho preso da un cantiere locale chiuso a causa del primo lockdown e ho avviato un mini giardino forestale su una striscia di terreno di circa sei metri per sei. Se non si dispone di un giardino, il guerrilla gardening è un’opzione praticabile.
Semi e talee si possono ottenere gratuitamente nella propria zona se si sa cosa cercare. Ho imparato a conoscere le piante autoctone grazie a libri di folklore botanico, ricchi di leggende e storie mitiche incentrate su ciascuna specie vegetale; nelle storie erano incluse informazioni sulle piante commestibili e sul momento migliore per raccoglierle, su quali fossero velenose e sugli usi di altre. Nel loro insieme, le storie fornivano un ottimo indice per la sussistenza. La zona in cui vivo è urbana, ma sono comunque riuscito a trovare molte piante che crescono nei parchi, nei giardini e ai bordi delle strade.
Sono ancora ben lontano dal soddisfare pienamente i miei bisogni di sussistenza e l’orticoltura, ovviamente, non risolverà la maggior parte dei problemi derivanti dalla civiltà, ma lo vedo come un potenziale punto di partenza nella mia lotta per la liberazione individuale e per creare la vita che desidero vivere. Non credo nemmeno che l’orticoltura sia per tutti, ma per me è fonte di grande gioia e soddisfazione osservare le piante crescere e poi mangiare i loro frutti, il tutto senza dover pagare nulla né svolgere un lavoro noioso. Mi basta aprire la porta e uscire all’aperto.
Non sono un esperto di orticoltura o permacultura, quindi vi lascio un elenco di libri che mi hanno aiutato e da cui ho tratto ispirazione.
consigli di lettura
Backwoods, A journal of anarchy and wortcunning.
Food Not Lawns: How to Turn Your Yard Into a Garden and Your Neighbourhood Into a Community by H.C. Flores
Gaia’s Garden. A guide to home-scale permaculture by Toby Hemenway
The Permacultural City by Toby Hemenway
Forest Gardening, Rediscovering Nature and Community in a Post-Industrial Age by Robert A de J Hart
Irish Wild Plants — Myths, Legends and Folklore by Niall MacCoitir
Ireland’s Trees: Myths, Legends and Folklore by Niall MacCoitir
This Ugly Civilization by Ralph Borsodi