traduzione dall’originale inglese di Emma Kathryn pubblicato a dicembre su Sul Books
La terra è il mio corpo, la pioggia il mio sangue, il vento il mio respiro, la notte il mio spirito
Si avvicina la notte più lunga. I segni sono evidenti e si fanno sempre più evidenti di giorno in giorno. Quando torno a casa dal lavoro, la penombra del crepuscolo avvolge la terra con la sua magia prima che cali il buio vero e proprio. A volte, il cielo è ricoperto da fitte pieghe di nuvole che sembrano attirare a sé l’oscurità, così che il giorno finisca prima. Altre volte, l’ultima luce si aggrappa al giorno, un’ultima brillante striscia di arancione e rosa che abbraccia l’orizzonte prima di intensificarsi nel viola.
Il merlo lancia il suo grido di avvertimento o si muove silenziosamente tra i rami ormai spogli del ciliegio e del tiglio, le cui foglie non sono che un ricordo dei mesi autunnali. Solo il corniolo, con le sue foglie di un verde intenso e le bacche rosso sangue, risalta luminoso nel crepuscolo che si fa sempre più fitto. L’edera misura i cambiamenti dell’anno con il suo fogliame sempreverde. I passeri tacciono tra i suoi meandri, appollaiati al sicuro fino al mattino, ma la figura delicata del pettirosso si intravede tra i rami nodosi degli alberi, oppure appoggiata sulla staccionata o sul lampione.
Le luci natalizie danzano e tremolano nei giardini e alle finestre delle case. Dal giardino sembrano ciò che sono: i nostri tentativi di respingere la notte più lunga e buia, il freddo dell’inverno e l’oscurità che affolla i nostri cuori e le nostre menti. Sembrano lontane e fredde, come stelle che brillano luminose nelle profondità oscure del cielo notturno. Per qualche motivo, sembrano adatte a questo momento.
Qui nel giardino, attendiamo la lunga notte e il conforto che essa porta con sé, insieme ai sussurri della terra e degli spiriti che vi dimorano, e dentro di noi.
Il mio corpo è l’altare; il mio sangue è il fiume; il mio respiro è l’aria; il mio cuore è la fiamma.
Ultimamente, la mia mente si è orientata verso il recupero, verso l’idea che i nostri corpi e la terra siano altari sui quali esprimiamo le nostre intenzioni e manifestiamo i nostri desideri. È qui che compiamo il nostro lavoro.
È stato un anno difficile, con una piccola cosa dopo l’altra, a cui si sono aggiunte alcune cose più grandi come ciliegina sulla torta. È stato un percorso di riconquista personale, che non è stato facile. Sono sicura di non essere sola in questo, e so che molti, moltissimi altri lottano contro dolori più grandi e più profondi.
La riconquista di sé comprende quella dello spirito, il distacco del sé interiore dalle condizioni materiali che ci vengono imposte. È un lavoro che richiede tempo e impegno, durante il quale verrà messa alla prova la nostra forza di volontà. Si tratta di riconquistare i nostri corpi, anche dai nostri stessi schemi mentali e dalla negatività. Sono questi i corpi che ci accompagnano nei momenti buoni e in quelli cattivi. Ci sostengono anche quando la mente e la volontà vacillano, in quei momenti in cui pensiamo di non poter più andare avanti. Sono un microcosmo della terra. Come dentro, così fuori. Gli antenati sono il genius loci di noi stessi, portati nel corpo, nel sangue, nella memoria e nella mente, e plasmano il paesaggio fisico del corpo proprio come gli spiriti della terra e del luogo sono ancorati al paesaggio e lo permeano di sentimento e carattere.
Non sono né una pensatrice né una scrittrice politica, capace di offrire una visione profonda degli orrori che gli esseri umani si infliggono a vicenda, in misura diversa, a casa e in luoghi lontani. Non offro nulla di nuovo e a volte mi sento paralizzata dall’impotenza mentre osservo guerre e disastri umanitari attraverso lo schermo in salotto, questioni così vaste da farmi sentire non solo sopraffatta, ma piccola come le stelle fredde e lontane. Leggo altri scrittori e vorrei poter parlare con la stessa eloquenza e comprensione, ma non ne sono capace e non dovrei farlo. Ci sono altre voci oltre alla mia che hanno autorevolezza e che dovrebbero essere valorizzate al massimo.
Ma in tutto questo parlare di riappropriazione, di corpi intesi come altari, come spazi sacri, so solo che ciò va oltre il mio corpo, oltre il mio posto nel mondo. Se davvero il corpo è l’altare, allora questo significa sicuramente che dobbiamo rivolgerci gli uni agli altri, a chi ci è vicino e a chi è lontano, che dobbiamo vedere la sacralità in loro e nei loro luoghi. Se i nostri corpi sono gli altari, i nostri cuori la fiamma, entità attive che esigono azione, allora quale azione possiamo intraprendere per aiutare? È questo il vero compito delle streghe? Una voce sommessa dentro di me sussurra la verità di tutto ciò. Il processo di riappropriazione riguarda il sé, certamente, ma riguarda anche le nostre comunità, sia vicine che lontane.
I nostri corpi sono la terra. La lunga notte è il nostro riposo. La luce che ritorna è la nostra volontà.