Alcuni estratti da No Mine in Gállok, ecocide and colonialism in Swedish-occupied Sápmi (parte 1)

Fin dal principio ad animare Tupilaq, prima ancora che esistesse il blog, ci sono un profondo e radicato interesse e una tensione solidale per le lotte anticoloniali e i movimenti di resistenza indigena di tutto il globo. Per questo motivo ho deciso di tradurre alcuni estratti di un libro intitolato No Mine in Gállok, ecocide and colonialism in Swedish-occupied Sápmi. Ci sarà una seconda parte nei prossimi giorni.

GÁLLOK

Gállok si trova nella patria storica degli abitanti di lingua Sámi di Lule, che prende il nome dal bacino del fiume Lule, che collega le montagne a nord-ovest alla costa a est, nei pressi dell’odierna città di Julevu (Luleå). Nel secolo scorso, il corso del fiume Lule è stato arginato in diversi punti. Il sito che chiamiamo Gállok si trova sulle rive del Gállokjávrre e su quelle del più grande Bárgávrre (Parkijaur). La sua energia idraulica alimenta la centrale idroelettrica di Parki. La costruzione della diga ha causato l’inondazione di un luogo di culto Sámi situato ai piedi della collinetta sacra Átjek. Si dice che Átjek, il cui nome rimanda sia al «Tuono» che al «Padre», attiri frequentemente scariche fulminanti. Al suo interno, così come nell’area circostante, sono state individuate grandi quantitàdi minerale ferroso. Pertanto Gállok, o nella sua forma svedese «Kallak», ha suscitato l’interesse dei cercatori minerari. Nel 2006, a un’impresa britannica denominata Beowulf Mining è stata concessa una licenza di prospezione nell’area. Nel marzo 2022, il governo svedese ha annunciato di aver ottenuto l’autorizzazione a sfruttare il sito di Gállok.

Quando alla Beowulf Mining sono stati concessi i diritti di esplorazione nell’area di Jokkmokk-Kvikkjokk, di cui fa parte anche Gállok, l’intenzione dell’azienda era quella di cercare giacimenti di ferro e titanio nei monti Ruovddevárre, nei pressi di Kvikkjokk. Questi monti, tuttavia, fanno parte del sito della Lapponia, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Si tratta di un’area ritenuta meritevole di tutela per il suo «eccezionale valore universale», fondato su elementi sia di storia naturale che culturale: il paesaggio alpino, la geologia, la flora e la fauna, nonché lo stile di vita culturale dei pastori di renne Sámi, praticato nella zona. Poiché l’idea di far saltare in aria una montagna all’interno di un sito del Patrimonio dell’UNESCO era una questione troppo delicata dal punto di vista politico, l’attenzione si è spostata sui giacimenti minerari di ferro di Gállok. Gállok non si trova all’interno dei confini del sito del Patrimonio dell’Area Lappone, eppure la sua posizione è di fondamentale importanza per il movimento migratorio delle renne che in estate pascolano sulle colline della Lapponia. In particolare, la comunità di allevatori di renne di Jåhkågasska tjiellde vedrebbe un punto di transizione cruciale per la propria migrazione annuale bloccato da una miniera a Gállok.

Il caso Gállok ha attirato per la prima volta l’attenzione dell’opinione pubblica in seguito a un grave errore di marketing commesso nel 2012 dall’allora presidente della Beowulf Mining, Clive Sinclair-Poulton. Con uno stile spudoratamente vittoriano, intervenendo a un’assemblea degli azionisti a Stoccolma, mostrò l’immagine di un paesaggio apparentemente deserto: «Una delle domande principali che mi vengono poste è: cosa diranno gli abitanti del posto riguardo a questo progetto? Mostro loro questa foto e rispondo: quale popolazione locale?»

Il motivo per cui si è trattato di un errore di marketing non è stato tanto ciò che ha detto, quanto piuttosto il fatto che lo abbia effettivamente detto, senza mezzi termini. Naturalmente le «ex» colonie scarsamente popolate sono ancora trattate come terra nullius, a disposizione degli «investimenti stranieri», dello «sviluppo» e delle varianti neocoloniali della mission civilatrice. Il problema della dichiarazione antiquata di Sinclair-Poulton era proprio la sua onestà e disinvoltura, che non rispettavano i codici fuorvianti del politicamente corretto.

La minaccia al futuro dell’allevamento delle renne nella zona, la violazione dei diritti indigeni, già di per sé scarsamente riconosciuti, il saccheggio neoliberista delle risorse da parte di investitori stranieri, la certezza dell’inquinamento degli ecosistemi acquatici e dell’acqua potabile, il rischio di un grave disastro ambientale in caso di cedimento della diga di contenimento, l’inquinamento atmosferico causato dall’estrazione a cielo aperto e le emissioni di gas serra legate alla miniera e alla sua logistica, sono tra le principali preoccupazioni sollevate in opposizione all’ennesima miniera di ferro sul territorio dei Sámi.

Quando nel 2012-2013 iniziarono le trivellazioni esplorative a Gállok, gli attivisti del sud risposero all’appello di venire a sostenere la popolazione locale, che nel frattempo aveva costituito la rete «Inga gruvor i Jokkmokk» (Niente miniere a Jokkmokk). Bloccarono i macchinari e infine l’intera strada di accesso, che occuparono per diverse settimane fino a quando non furono allontanati con la forza dalle forze di polizia svedesi. Quell’estate è stata in seguito definita «La ribellione di Gállok».

È importante sottolineare, a questo punto, che non sono stati gli attivisti della Svezia meridionale a dare il via all’opposizione alla miniera. Essi si sono uniti a un movimento di opposizione già esistente da parte della popolazione locale. Va tenuto presente che le conseguenze di una resistenza aperta a un megaprogetto controverso possono essere molto più gravi e durature per la popolazione locale, ben nota nella zona, rispetto a quelle che subiscono gli attivisti relativamente anonimi coinvolti nel conflitto solo per un breve periodo. Ciò vale in particolare per un gruppo già emarginato che da centinaia di anni deve affrontare l’oppressione razzista da parte di uno Stato coloniale di insediamento.

LA RIBELLIONE DI GÁLLOK

”’Porca miseria. Ci siamo!’

Un uomo Sámi di mezza età era in piedi nel fosso accanto alla strada sterrata e mi guardava con un sorriso un po’ perplesso. Emise un sospiro di sollievo.

‘Ecco, ora sì che si ragiona! Ma se… cosa dirà la gente?’

Alzai lo sguardo sorridendo, senza smettere di lanciare sassi sulla strada.

«Non possiamo stare qui seduti a chiacchierare tutto il tempo…», risposi.

Sullo sfondo, il sole si stava spostando da qualche parte dietro la linea degli alberi, e qua e là la nebbia si era posata nelle radure della foresta. Le zanzare ronzavano intensamente tutt’intorno a me. La maggior parte delle persone dormiva, ma alcuni erano rimasti attorno al fuoco. Si stava accordando la chitarra. Non importava davvero a che ora si dormisse. Tanto non faceva mai veramente buio.

Una settimana prima, non appena avevamo saputo della notizia, io e un amico avevamo fatto l’autostop per arrivare lì. Su Internet era circolata una richiesta di aiuto da parte di alcuni abitanti del posto. Alcuni amici, giunti lì qualche giorno prima, avevano già bloccato una macchina. L’azienda stava per effettuare dei sondaggi sul substrato roccioso, per effettuare delle perforazioni e scavare fori profondi nel terreno. Ma il morale era comunque alto, e la scintilla della lotta nella foresta di Ojnare dell’anno precedente brillava ancora nei nostri occhi.

Pietra dopo pietra, chiodo dopo chiodo, tutto andò al suo posto, e all’improvviso ci ritrovammo lì, sulle barricate, mentre la polizia si avvicinava alla torre. Non eravamo in molti, ma eravamo determinati. Non ci saremmo arresi.

Ora non riesco a credere che siano già passati 10 anni da quando ci sedevamo lì nel goahti a mangiare carne di renna e patate, intagliavamo archi e discutevamo di cedimenti delle dighe e colonialismo. Di come i capelli di Eva-Lotta Helsdotter svolazzassero al vento mentre lei, in piedi al centro della centrale a idrogeno di Parki, parlava di come una miniera avrebbe avvelenato le falde acquifere. Quando Tor Tuorda ci conquistò con il suo carisma e i suoi racconti sulla storia del luogo, o le riflessioni di May￾Britt Öhman sulla struttura brutale del colonialismo. Cose che non ci erano mai state raccontate durante i nostri dodici anni di scuola. Sapevo almeno cosa fosse un Sámi prima di arrivare lì?

Ma anche dopo tutto questo tempo siamo qui per dire che la Ribellione di Gállok è ancora viva! Non ci arrenderemo! La resistenza continua a crescere! Siamo ancora determinati a impedire che a Gállok venga aperta una miniera. Continuiamo a organizzare incontri e momenti di condivisione di competenze. Continuiamo a bloccare le infrastrutture, a dare fastidio a chi detiene il potere e a ostacolare lo sfruttamento il più possibile¹. Non siamo in molti, ma questo non ci ferma. Il nostro movimento crescerà. Non abbiamo davvero altra scelta. Quindi andiamo avanti. Naturalmente, sappiamo tutti che non si tratta solo di Gállok. Questa è una lotta contro l’intera macchina coloniale di morte che si sta facendo strada divorando i nostri paesaggi, i nostri corpi e le nostre menti. È una lotta per difendere ciò che è sacro, la nostra terra comune, viva e pulsante.

Quello che seguì fu un intenso viaggio tra risate, giochi, rabbia, preoccupazioni, dolore e amore. Un blocco dopo l’altro veniva eretto mentre i poliziotti colonizzatori erano impegnati a cercare di allontanarci. Questo è stato davvero un processo di radicalizzazione e sempre più persone alla fine hanno trovato il coraggio di impegnarsi nell’azione diretta (ad esempio un allevatore di renne di 85 anni che ha partecipato a un blocco stradale).

In un certo senso, io e i miei amici ci sentivamo estranei a quel territorio e a quella gente in quel momento, ma allo stesso tempo ci sentivamo accolti con grande calore e quasi un po’ osannati da molti abitanti del posto. Persone provenienti da ogni parte del mondo sono venute a unirsi a noi e a sostenere la lotta per tutta l’estate. Ognuno di noi aveva i propri modi e le proprie ragioni per cercare di fermare questa follia. Non abbiamo lottato per i Sámi o per le altre popolazioni locali. Abbiamo lottato fianco a fianco con loro per difendere qualcosa che tutti noi consideravamo sacro. Un mix di yoik, cerimonie, installazioni artistiche, poetry slam, laboratori, passeggiate alla scoperta delle piante, incontri, giochi, conflitti, storie attorno al fuoco… Per molti di noi Gállok è diventata la nostra casa, e tantissimi abitanti del posto ci hanno aperto le loro case e i loro cuori. Insieme abbiamo lottato, fianco a fianco, cercando di trovare il modo di fermare la continua distruzione della terra che amavamo.

“MOTSTÅNDET VÄXER” – LA RESISTENZA CRESCE

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