Per il selvatico e l’anarchia – intervista ai Wind in His Hair

Intervista apparsa originariamente in lingua inglese sul blog Disastro Sonoro nel marzo 2023.

Parlare di anarcho-primitivismo e di critica alla civiltà non è certamente facile; si tratta infatti spesso di un terreno scivoloso e, per la maggior parte delle persone (anche all’interno dello stesso movimento anarchico), poco o male conosciuto. Parlare invece della critica alla società industriale e all’addomesticamento della natura, degli esseri umani e degli animali non umani sembra oggi più attuale e necessario che mai, dato che, dai contesti più disparati, si parla molto della crisi ambientale e climatica, mettendo a nudo l’insostenibilità di un sistema economico basato sullo sfruttamento e sul saccheggio delle risorse, sulla devastazione della natura e degli ecosistemi e su una presunta idea di progresso tecnologico che giustifica il sacrificio delle nostre esistenze sull’altare insanguinato del profitto. Di questo e di molto altro ho avuto il piacere e l’onore di discutere con Fern e Crii, le due menti dietro il progetto “feral crust punk” Wind in His Hair, uno dei gruppi più interessanti, sia dal punto di vista musicale che lirico, attivi nell’odierna scena underground. Sempre per il selvatico e l’anarchia, perché una prospettiva anti-civilizzazione può offrire molte riflessioni critiche nei tempi bui dell’ecocidio che stiamo vivendo!

Ciao Wind in His Hair, partiamo col botto parlando del vostro ultimo album. Il titolo sembra citare chiaramente un’opera di John Zerzan: come vi è venuta l’idea di un titolo come Future Primitives? C’è stata qualche opera o teoria di Zerzan che vi ha ispirato nella stesura del disco?

Leggiamo Zerzan da anni e ci piacciono davvero quasi tutti i libri che ha scritto. Nei suoi scritti si trovano tanta saggezza, verità e una resistenza sincera. Consigliamo vivamente i suoi libri a chiunque sia interessato al rapporto tra umanità e natura.

Abbiamo ritenuto che il titolo di uno dei suoi libri più iconici si adattasse perfettamente alle canzoni e ai testi presenti nel nostro ultimo album. Abbiamo tratto molta ispirazione dall’anarco-primitivismo e penso che sia più importante che mai formulare una critica alla civiltà industriale, che schiavizza questo pianeta, l’unica casa che noi – e milioni di altre forme di vita – abbiamo.

Facendo un passo indietro, apprezzo molto il fatto che con il vostro nome vogliate rendere omaggio al personaggio nativo americano che recita al fianco di Costner in Balla coi lupi. Come è nata l’idea di scegliere questo nome e quali ideali volete trasmettere con esso? Vi sentite vicini e solidali alle lotte dei popoli nativi contro il colonialismo e la violenza di ieri e di oggi?

Fern: Apprezzo molto lo sforzo del film di Costner nel creare una storia western di grande successo, senza ritrarre i popoli indigeni come selvaggi assetati di sangue, ma come esseri umani orgogliosi con una visione del mondo unica.

Crii: Una visione del mondo che è stata ereditata da tutti i nostri antenati in tutto il mondo. Spesso si dimentica che numerosi coloni bianchi scelsero di abbandonare la civiltà per vivere tra i popoli indigeni d’America.

Fern: Il personaggio di Vento nei Capelli mi ha sempre affascinato, perché il modo in cui questa figura si evolve nel corso del film è davvero inaspettato e mi piace il suo modo coraggioso, ma anche empatico, di affrontare le cose. Siamo d’accordo sul fatto che ciò che è accaduto alle popolazioni indigene dopo il primo contatto con gli invasori bianchi provenienti dall’Europa in tutto il mondo sia una delle più grandi tragedie della storia dell’umanità e abbiamo voluto esprimere solidarietà e rispetto verso le lotte indigene in tutto il mondo attraverso la nostra musica. Ecco perché abbiamo scelto questo nome per la band.

Crii: Inoltre, abbiamo trovato il nome davvero azzeccato, perché riconosciamo il fatto che tutti noi possiamo e dobbiamo imparare dalle persone che hanno vissuto e vivono a stretto contatto con la terra e nutrono un profondo rispetto per questo modo speciale e importante di vedere la terra come un’entità vivente, di cui Fern ha parlato prima.

Il vostro disco e i vostri testi sono permeati da teorie, posizioni e idee che spaziano dall’anarco-primitivismo alla critica anti-civilizzazione. Quando e come vi siete avvicinati a queste teorie e quali autori vi hanno influenzato maggiormente in termini di pensiero e teoria?

Fern: Mi sono imbattuta in autori anarchici, come Bakunin e Kropotkin, durante il mio periodo all’università. Ho ritenuto che le loro prospettive sullo status quo all’interno degli Stati-nazione e la loro analisi del ruolo dei lavoratori/degli esseri umani all’interno di Stati repressivi fossero una descrizione molto accurata della realtà. Inoltre, sono sempre stata interessata alla natura e all’ambientalismo e ho davvero amato leggere *Walden* di Henry David Thoreau, quindi quando ho scoperto che c’erano autori anarchici che scrivevano sui problemi ambientali legati agli Stati-nazione e alla civiltà in generale, l’ho trovato molto interessante. Adoro le opere di Fredy Perlman, John Zerzan e Kevin Tucker, ma apprezzo anche scrittori che non si considerano anarchici. Consiglio vivamente tutti i libri di Paul Shepard, Il mito della macchina di Lewis Mumford e Pensare come una montagna. A sand county almanac di Aldo Leopold. Ci sono tantissime cose interessanti da leggere… Purtroppo la vita è troppo breve, specialmente se hai imparato che l’apprendimento è una cosa, mentre l’azione è un’altra.

Crii: Questa domanda sulle teorie e le idee mi ha riportato alla mente un ricordo. Sono cresciuto in una cittadina tra le montagne del Tirolo. Eravamo circondati da queste maestose formazioni rocciose e dai boschi rigogliosi che crescevano lungo i loro versanti. Sono cresciuto come una persona molto impegnata politicamente, cercando di comprendere il mondo e i suoi meccanismi. Passarono gli anni e un giorno mi ritrovai a scalare una collina su un versante esposto a sud insieme a una cara amica, Eviga. Si stava facendo buio e la città cominciava a inquinare la notte buia e stellata con le sue luci. Sapevamo dove stavamo andando. In quella piccola radura accendemmo un fuoco e guardammo giù verso la valle, e ricordo che in entrambe le nostre menti si formò questo pensiero… Come doveva essere questa bellissima valle prima di tutto questo caos artificiale?


Quali sono , secondo voi, l’importanza e la necessità di una critica anarchica alla civiltà e all’addomesticamento dell’essere umano, della natura e degli animali?

Fern: Se vivi in una città o in una zona a prevalenza agricola, ti basta guardarti intorno per renderti conto della rilevanza di una critica anarchica al mondo artificiale in cui viviamo ogni secondo di ogni giorno! La Terra non sta morendo, viene uccisa. La Terra viene uccisa da un sistema globale di dominio e sfruttamento, chiamato civiltà industriale. Naturalmente non è possibile descrivere l’intero e molto complesso problema in tutti i suoi dettagli nello spazio limitato di un’intervista come questa, ma in breve le testimonianze archeologiche e antropologiche dimostrano che, quando gli esseri umani vivevano come cacciatori-raccoglitori, esisteva uno stato di equilibrio tra gli esseri umani e la natura. I nostri antenati vivevano come parte della natura e non come dominatori della natura. Con l’avvento dell’agricoltura e la prima persona che rivendicò un pezzo di terra come proprio, destinato esclusivamente a lui e alla sua famiglia, iniziarono i problemi. L’agricoltura ha portato a un surplus alimentare, che a sua volta ha determinato una crescita demografica e un aumento della ricchezza, il che ha portato a gerarchie, dominio e violenza. Sono sorte le prime città, governate da persone che detenevano più potere rispetto alle altre. Inoltre, le città non sono mai in grado di sfamare l’enorme numero di persone che vi abitano, quindi devono espandersi nei territori circostanti e la natura selvaggia deve cedere il posto a campi e pascoli. È così che sono nate le civiltà e, con la rivoluzione industriale, tutto è peggiorato ulteriormente. Il mondo naturale è stato distrutto in proporzioni inimmaginabili, le comunità indigene sono scomparse o non sono più state in grado di vivere secondo il loro stile di vita tradizionale. Oggi abbiamo una civiltà globale che non lascia spazio alla natura selvaggia e che trasforma tutto in una merce, persino gli esseri umani stessi. Questo è ovviamente il grande disastro a cui assistiamo ogni giorno della nostra vita e per molti è difficile affrontare la scomparsa del mondo naturale davanti ai propri occhi.

Nel nuovo album c’è un brano intitolato “Earth First!”, che sembra essere un omaggio allo storico movimento ambientalista radicale nato nel 1979 negli Stati Uniti. Che importanza attribuite alle azioni dirette in difesa della natura e contro la devastazione ambientale perpetrata in nome del profitto? Soprattutto in Germania ci sono stati diversi esempi di questa devastazione ambientale causata dall’industria estrattiva, dalla foresta di Hambach agli eventi più recenti. Vi andrebbe di approfondire le vostre posizioni ecologiste radicali?

Fern: Innanzitutto vorrei dire che Earth First! non è solo un movimento storico, perché ci sono ancora persone in giro che si definiscono Earth Firsters. In secondo luogo, penso che l’azione diretta sia sempre uno strumento prezioso, soprattutto per la lotta volta a salvare gli ultimi ecosistemi intatti di questo pianeta. Forse non cambierà il mondo, ma dà forza alle persone e offre loro un modo per agire al fine di preservare ciò che amano di più. È una cosa piuttosto potente in questo mondo, dove ecologisti e ambientalisti si sentono spesso impotenti e depressi. Se c’è mai stato un momento per lottare per la Terra, è proprio adesso!

Crii: Tutto ciò che si fa su questo pianeta ha una reazione diretta su tutto ciò che lo circonda. Che si tratti di un’azione grande o piccola, conta moltissimo! Senza la Terra = Niente.

Cosa significa per voi definirvi una band anti-civilizzazione e anarcho-primitivista? In che modo queste vostre idee si manifestano nella vostra vita quotidiana?

Crii: Come ho appena detto, ogni azione conta. Non importa se digiti i tuoi pensieri sulla natura distruttiva della civiltà su un computer, o se urli a squarciagola in una canzone, se abbandoni la civiltà e vivi in una caverna da qualche parte o se smetti di usare la plastica. Per me tutto questo potrebbe essere una manifestazione del fatto che si sta iniziando a rendersi conto che qualcosa deve cambiare. Cerchiamo di vivere e di impegnarci per una vita semplice, a stretto contatto e consapevoli della natura e dei cicli della terra. Ci sforziamo di essere astuti, amorevoli e consapevoli come i popoli primitivi che hanno vissuto su questa terra prima di noi. Tutti i nostri antenati dovevano avere tattiche e strategie geniali per vivere insieme in gruppo e prosperare in quello che oggi chiamiamo un ambiente naturale duro e spietato! Ma per loro non era duro, era la loro casa! In nessuna lingua indigena conosciuta esiste una parola per indicare la “natura selvaggia”. Viviamo in mezzo a un mondo civilizzato, ma quando si tratta di essere “anti-civ”, ciò che si può fare è rendere la “natura selvaggia”/Natura la propria casa. Iniziate ad avventurarvi nella natura e prestate molta attenzione a come vi sentite. Coinvolgete tutti i vostri sensi. Annusate, assaporate, ascoltate e osservate ciò che vi circonda e vedrete come il vostro benessere migliorerà. Come le nuvole dense e pesanti della modernità si staccheranno da voi. Non tutti possiamo sfuggire immediatamente alla macchina, ma se sei in grado di usare un computer e scrivere una critica sulla civiltà e di andare nella foresta più vicina, raccogliere tutto il materiale necessario per accendere un fuoco per attrito e accenderlo, sei sulla buona strada per stabilire un equilibrio che sembra davvero perfetto per questo momento!

Nel brano che dà il titolo all’album sembri muovere una feroce critica alla tecnologia, all’industria e al progresso come cause della distruzione del nostro legame primordiale con la natura e come cause dell’addomesticamento. In che modo pensi che la corsa all’apparente progresso in nome del capitale e della sottomissione alla tecnologia stia distruggendo Madre Natura e il nostro legame con essa?

Fern: Lo stile di vita industrializzato e civilizzato non è, non è mai stato e non sarà mai sostenibile. Non si può agire come se il mondo intero esistesse solo per soddisfare i “bisogni” umani – come suggerisce la Bibbia. Questo pianeta non è lì perché noi ne facciamo ciò che ci pare. Dobbiamo condividere questo pianeta con tutte le altre forme di vita, poiché esse hanno esattamente lo stesso diritto di vivere qui quanto noi. La civiltà è l’antitesi di una rete della vita, che si basa sull’uguaglianza e sulla libertà. La civiltà riduce tutto in schiavitù. Gli esseri umani devono lavorare per pagare l’affitto e potersi permettere il cibo. Circondati dalla tecnologia e dai dispositivi di comunicazione, un numero incredibile di persone si sente ancora depresso e isolato dal mondo, dagli altri esseri umani e persino da se stesso. Questo modo artificiale di esistere recide ogni legame con la natura e con il modo in cui gli esseri umani hanno vissuto per oltre duecentomila anni sulla Terra. Siamo creature della natura selvaggia, che vivevano da pari tra gli altri membri di una tribù. Le nostre vite sono state caratterizzate da comunità, compassione, connessione, immediatezza e aiuto reciproco. Non è qualcosa che mi invento o che mi immagino: si tratta di fatti concreti, confermati da scienziati e studiosi di tutto il mondo. Le civiltà sono qualcosa di completamente diverso. Esse soggiogano ogni cosa. La società di massa, in generale, implica la sottomissione. Le civiltà costituite da Stati-nazione sono l’epitome della gerarchia e, in tali circostanze, non potrà mai esserci una vita veramente libera, poiché ogni aspetto della vita è dominato e controllato da qualcun altro.

Da diecimila anni la fede nel progresso ha portato a un mondo sempre più artificiale, ma ogni invenzione tecnologica presenta i suoi lati negativi. La produzione di “soluzioni” high-tech per i problemi di oggi genera solitamente numerosi nuovi problemi lungo il percorso, poiché la loro realizzazione dipende da metalli rari e altre risorse che possono essere ottenute solo a scapito dell’ambiente naturale. Più tecnologia non risolverà nulla. Le persone dovrebbero riflettere sulle opportunità offerte da una vita con meno tecnologia. Dobbiamo cercare di comprendere cosa significasse essere umani su questo pianeta prima dell’avvento della civiltà. Per la maggior parte del tempo trascorso sulla Terra, la nostra specie ha avuto “successo” senza rovinare gli ecosistemi che ci forniscono acqua, cibo e riparo. Dobbiamo capire come gli esseri umani possano vivere senza distruggere il proprio ambiente. Dobbiamo costruire comunità che promuovano l’aiuto reciproco e l’amore per la diversità. Dobbiamo capire che uno stile di vita con meno beni materiali, meno tecnologia e un rapporto più stretto con la natura è uno stile di vita veramente sostenibile. Naturalmente è quasi impossibile convincere la stragrande maggioranza delle persone di queste cose… ma forse vale la pena provarci!

Crii: È proprio vero quello che dice quest’uomo!!

Passando ora all’aspetto musicale, la vostra musica è un mix di crust punk e black metal atmosferico. Quali sono le band che hanno influenzato la vostra musica? E quali sono, secondo voi, gli elementi più crust e quelli più black metal che emergono dalla vostra proposta musicale?

Fern: Ci sono innumerevoli band che sono state molto importanti per me come musicista. Per citarne alcune: Fall of Efrafa, Wolves in the Throne Room, Tragedy, Alda, Disfear, Godspeed You! Black Emperor, Crass, Ulver, Gather, Have Heart, Bathory e Dark Tranquility.

Crii: Dato che Fern è la mente musicale dietro ai WIHH, si possono vedere e sentire molto chiaramente le influenze che menziona. E vorrei solo aggiungere che ciò che mi ha colpito e mi ha convinto a far parte della band è stato il fatto che l’incredibile miscela di suoni crust core politicamente radicali e le parti black metal atmosferiche e coinvolgenti si adattano perfettamente a una band che cerca di spingere le persone a riflettere sulle proprie vite e su quelle di tutto ciò che le circonda…

Data l’importanza che attribuite alla parte testuale e ai contenuti nella vostra musica, cosa significa per voi comporre e suonare musica nel 2023? Pensate che attraverso il vostro crust punk selvaggio i temi dell’anticivilizzazione e dell’anarco-primitivismo possano diffondersi maggiormente?

Fern: Per me la musica è un modo per esprimere emozioni e sentimenti diversi. Quando mi sento arrabbiato per come va il mondo, adoro prendere la chitarra e scrivere una canzone. Se mi sento depresso per il declino della biodiversità, tendo a prendere una penna e a scrivere qualche testo. Così la musica diventa uno strumento prezioso per affrontare le sfide del vivere in un’epoca di crisi ecologica. Mi aiuta a gestire la solastalgia. Se qualcuno ascolta le nostre canzoni e pensa: «Ehi, è proprio così che mi sento anch’io» o «Wow, cantano di cose che sono importanti anche per me», allora sarebbe bellissimo e sarebbe un risultato davvero stimolante.

Crii: Se c’è una cosa che dovremmo fare nel 2023, è non pensare, ma credere! E in cosa c’è di meglio da credere se non in una musica sentita, emozionante e sincera?

Negli ultimi anni, dai movimenti sociali più o meno radicali agli scienziati, passando per i media e l’opinione pubblica, tutti parlano dell’Antropocene. Secondo voi, la devastazione ambientale, la distruzione della natura e del clima, sono da ricondurre all’azione umana nella sua totalità o all’azione umana nell’ambito dell’economia capitalista? Quindi, siete d’accordo o in disaccordo con l’uso del termine Antropocene?

Fern: Il termine Antropocene viene utilizzato per descrivere un’epoca in cui gli esseri umani sono diventati uno dei fattori più importanti che influenzano i processi biologici, geologici e atmosferici sulla Terra. In un certo senso quel termine ha senso, ma ovviamente è un termine problematico. Sì, gli esseri umani hanno un impatto enorme sul mondo, ma non sono gli esseri umani in generale, bensì la parte industrializzata dell’umanità ad avere il maggiore impatto (negativo) sull’ambiente. Pertanto non ritengo che il termine sia molto appropriato, poiché oscura chi sia il principale responsabile della distruzione ecologica e della crisi climatica. Questi problemi non sono sviluppi “naturali”, che si sarebbero comunque verificati in un momento o nell’altro della storia umana. Si tratta di problemi legati al progresso tecnologico, alle economie industrializzate, all’estrazione delle risorse, al commercio globale, al capitalismo, all’agricoltura – alla civiltà in generale. Non è l’umanità a distruggere il pianeta, ma una parte di essa e lo stile di vita dominante di coloro che ne fanno parte. Se lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori del Paleolitico o dei popoli indigeni odierni fosse diventato il modello dominante di vita umana sul pianeta, il mondo naturale ne trarrebbe sicuramente un grande beneficio.

Vorrei concludere questa intervista intensa e approfondita, lasciando spazio a voi per aggiungere qualsiasi altro pensiero che ritenete possa essere importante. Grazie ancora, Wind in His Hair!

Fern: Grazie per le domande interessanti e per averci dato la possibilità di parlare della nostra musica e del modo in cui vediamo il mondo. Per il selvatico e l’anarchia!

Crii: Grazie per averci contattato, per il tuo interesse e per il lavoro che svolgi per e con la distro e il blog!

Oggi più che mai la scena musicale “underground” ha bisogno di persone come te per diffondere il messaggio… Abbi cura di te. In connessione con tutti… A tutti coloro che ne fanno parte.

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