Animismo nichilista

Per anni sono tornato ciclimamente a leggere questo testo di Aragorn!, pubblicato sul quarto numero di Black Seed, e finalmente mi son deciso a tradurlo sperando che questo gli permetta di diffondersi maggiormente negli ambienti italiani che si sentono vicini e affini alle idee anticiv, all’anarchia verde e alla critica della società tecno-industriale. Questo testo mi ha sempre affascinato perché credo che l’animismo (termine usato dagli antropologi più che dai popoli indigeni, quindi in un certo senso problematico) rappresenti il sentiero da tornare a battere per curare la separazione che la civilizzazione capitalista-industriale ecocida ha generato tra noi umani, la Terra e le altre tribù del vivente. O per dirla con Sarah Anne Lawless, per poter tornare a cantare la canzone della Terra.

Ma c’è sempre un ma: specialmente noi figli addomesticati dalla cultura del profitto, del razionalismo e dell’alienazione forse non potremmo mai sentire il mondo da una prospettiva realmente animista, anche quando facciamo esperienze vere e dirette con il mondo attorno a noi. Per questo il concetto di un animismo nichilista può essere utile per riflettere in maniera critica su questa distanza che intercorre in noi civilizzati tra il desiderio di sentire il mondo alla maniera dei popoli indigeni e la cruda realtà rappresentata dalla ferita dall’addomesticamento.


Alla fine tutto ciò che faccio, ogni progetto, tutto ciò che costruisco, ogni relazione che inizio è destinata a fallire. Anche il mondo, nella misura in cui ne faccio parte, si sta dissolvendo. Questo continuo costruire/distruggere è la mia espressione di un sentimento che si colloca a metà strada tra l’etica protestante del lavoro, la volontà di applicare l’anarchia al mondo e un atteggiamento contrario ai progetti dell’uomo. Sono soddisfatto di vivere qui, in questo luogo instabile, continuando a fare cose che svaniranno non appena il centro smetterà di reggere. Sono soddisfatto di chiamarlo nichilismo, non perché sia quello che è, ma perché la nostra cultura ama dare un nome alle cose e io amo mandare i lemming giù dalle scogliere che loro stessi hanno creato.

C’è una corrente che usa con disinvoltura l’animismo come soluzione al “problema della spiritualità”. Ho qualche dubbio. Un vecchio articolo sull’argomento, “The Song of the Land: Bioregional Animism” di Sarah Anne Lawless (tradotto e pubblicato su questo blog), dimostra e fa riferimento piuttosto bene ai problemi della spiritualità immediatista. Da un lato beneficiamo della conoscenza (principalmente da dati antropologici) dell’apparente parallelismo tra molti popoli (cioè che tutti, in passato, erano animisti) e dall’altro lato qualsiasi tentativo di praticare l’animismo soffre di essere una sorta di appropriazione culturale o un tentativo maldestro nel buio che non soddisfa immediatamente un bisogno culturale e sembra imbarazzante rispetto alla grandezza dell’intera terra.

C’è un doloroso divario tra l’essere (o definirsi) animisti e il percepire la gloria delle cose profane (e sacre) che ci circondano. Questo divario è enorme. È colmato dalle religioni monoculturali, dalla civilizzazione e dalla tecnocrazia. Questa trinità sostiene in modo convincente che il sacro è in realtà raggiungibile attraverso rituali, leggi e luci lampeggianti. Lo afferma con la promessa della salvezza personale e del potenziale di rivelazione privata attraverso il sacerdote, la vita urbana e i nuovi telefoni cellulari.

È una provocazione enorme dire che inginocchiarsi da soli sulla riva di un fiume ed essere purificati dal sacro è animismo puro e genuino. Può essere un momento vero (soprattutto per qualcuno avvolto dallo spettacolo e dalle bugie), ma non è completo. Ad un certo punto si ripone l’attrezzatura REI nella Subaru e si torna a casa. Qualche tempo dopo si pubblica un post su Tumblr. Non si è completi in quel momento, ma si è piuttosto osservatori della propria vita. Quella vita può sembrare una serie di momenti reali punteggiati da vuoti di disconnessione che assomigliano alla vita quotidiana. Vivere può essere come un problema che può essere risolto dopo il pensionamento o altro.

L’animismo (con la A maiuscola) ha cominciato a morire proprio mentre la Città stava nascendo. Ciò non significa che l’impulso sia scomparso, ma che tale impulso ci spinge principalmente contro noi stessi e verso le gite in campeggio, l’escatologia e gli approcci basati sulla fede alla malattia di questo mondo. La nostra domanda è se le esperienze mediate siano le uniche di cui siamo capaci. Se così fosse, come è probabile, allora anche la nostra capacità di provare gioia rivelatrice risulterebbe analogamente limitata, nonostante tutte le argomentazioni contrarie. Se siamo davvero spezzati, siamo capaci di NON essere spezzati? In quanto anarchici interessati a come funziona il mondo, e forse a come potremmo agire come zoccoli di legno nei suoi confronti, siamo ingenui riguardo a ciò che significano oggi gli ingranaggi che stridono. Pensiamo che basti cambiare il mondo senza renderci conto che la risoluzione dei problemi degli ingranaggi costituisce un quarto di ciò che il mondo fa. Abbiamo impulsi ma poca saggezza riguardo alle conseguenze impreviste delle nostre piccole strategie. Questo è il motivo per cui siamo così affamati della possibilità dell’animismo, una pratica spirituale in cui desiderio e capacità si allineano perfettamente.

Il motivo per cui non risolveremo questo problema, da piccoli snowflakes speciali quali siamo, sta proprio in questo. Proprio come il monoteismo è riuscito a ingannarci facendoci credere di rappresentare un rapporto personale tra te e l’Onnipotente (interpretato e mediato da sacerdoti, pastori e dal tavolo da pranzo), l’animismo ha bisogno di un tessuto sociale, al di fuori dell’ordine civilizzato, per mantenersi vivo. Questo tessuto sociale non è semplice come giocare all’aperto con altri bambini, assetati di lezioni di vita dal tavolo da cucina dove gli anziani siedono e parlano, o rituali che ti aiutano a capire che fai parte di qualcosa di grande. Ma si può immaginare una tale semplicità. Si può immaginare una vita senza schermi, proprio come quella vita che ci è appena sfuggita, ma questa è solo una frazione di ciò che servirebbe per vivere una vita piena. Sebbene il cellulare possa essere di per sé sacro e vivo, le cose che vi vediamo sono banali e ordinarie e ci rendono tali.

È su un terreno arido che i futuri praticanti spirituali cercano di vivere. Si tratta di vite di stenti, prive di comunità o di qualsiasi cosa che non siano frammenti di informazioni su come altri abbiano fatto ciò che si sta cercando di fare. In questo contesto, è perfettamente logico che elementi razziali, sciocchi o fantastici (spesso la stessa cosa) si insinuino spesso in quello che è uno sforzo impossibile. Non è che non possiamo «tornare indietro», è che farlo è difficile tanto quanto avventurarsi in un luogo completamente nuovo (che sia Narnia o l’universo di Star Wars). Il nuovo sembra semplicemente più facile.


Ciò che vorrei proporre, ciò che implicherebbe un animismo nichilista, sarebbe il riconoscimento che un percorso spirituale deve scaturire da una pratica sociale. Potrebbe trattarsi di una conversazione tra sette di noi nel bosco, oppure di diversi gruppi in luoghi diversi, ma deve superare la prova dell’io/noi. Se riuscite a trovare un gruppo di persone disposte a sopportare la tensione dell’essere individuati, avendo subito il grande dolore dell’alienazione profonda nel mondo moderno, senza privilegiare le proprie esperienze all’interno del gruppo, allora potreste iniziare. Ciò assomiglierebbe a una lunga attesa, mentre il traffico scorre sopra le vostre teste, mentre i vostri dispositivi emettono bip, bop, bip nella vostra auto, quando potreste fare altre cose, affinché il mondo che vi circonda vi sveli il suo linguaggio. Questo non avverrebbe rapidamente. Probabilmente ci vorrebbero anni e solo allora si potrebbe dare forma a una serie di principi, a un percorso da seguire, che avrebbe senso per il tuo gruppo di persone. Ecco perché è impossibile immaginarlo in questo mondo: il contesto è cambiato troppo radicalmente per poter pensare di costruire una serie di strumenti nel corso degli anni prima ancora di pensare a utilizzarli. Il contesto è cambiato troppo radicalmente per poter immaginare di intraprendere qualsiasi cosa a così lungo termine in ambito sociale.


Questo progetto di ascolto a lungo termine non ha senso in un mondo fatto di traffico, schermi e dicotomie del cavolo come “io” e “noi”. Ma questo è l’inizio. Uno: trovare un gruppo di persone; due: trovare un linguaggio. Quel linguaggio probabilmente non dovrebbe essere pubblico, perché il compito che viene dopo è fin troppo vulnerabile. Stiamo parlando di creare qualcosa che la storia dell’ordine attuale ha sapientemente sterminato, deriso e messo in mostra davanti ai consumatori sbavanti dello spettacolo moderno per il loro divertimento. Mantenere segreto questo linguaggio sarà quasi impossibile in un mondo dominato dai social media, ma il compito non sarà ancora neanche lontanamente completato. Infine, questo linguaggio deve acquisire significato. Con esso, un gruppo di persone – che dovrà estendersi su più generazioni – dovrà smantellare e ricreare un mondo che non soffra a causa del monoteismo, della civiltà e della tecnologia moderna.


Quel compito impossibile che condivido con voi è la cosa più vicina a ciò che definirei una pratica consigliabile. Una ricostruzione, segnata dalla stanchezza del mondo, delle ragioni stesse per cui dovremmo fare le cose insieme. Una pratica alla quale io stesso non sono in grado di partecipare perché sono stato spezzato dalle stesse cose che hanno spezzato voi. La mia mente non è più abbastanza flessibile per imparare una nuova lingua. Il mio cuore è troppo segnato per fare qualcosa di così sincero con un gruppo di persone nuove e troppo esperto per farlo con i mostri di cui mi circondo (per altri motivi). Andare abbastanza in profondità da sovvertire il condizionamento e la violenza di questo mondo è talmente impossibile che riesco a immaginare il tipo di persona che ci tenterebbe, ma non ho idea di quale sarebbe il risultato, nemmeno nella migliore delle ipotesi.

Sogno attori liberi che vivono senza paura. Immagino parole che parlino al di là della comprensione. Immagino gli stessi obiettivi che ho espresso vissuti da persone che si prendono cura l’una dell’altra, che ridono della vuota socievolezza della nostra epoca, che sono l’anarchia scatenata nel mondo. Immagino legami con il mondo di cui non sono capace. È proprio questo insieme impossibile di condizioni e potenzialità il motivo per cui un animismo nichilista mi attrae così tanto. Esso nomina capacità che non possiedo in un mondo in cui non riesco a immaginarmi di vivere. È tutto ciò che si può chiedere a se stessi.

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